di Massimo Boccucci
Il lupo di mare Giovanni Malagò ha preso il largo ma l’acqua non è una tavola e neppure rende l’idea che si possa increspare, perché il calcio italiano è in tempesta anche quando non si vede. La frase a effetto «Da solo non posso nulla, insieme tutto», detta urbi et orbi, dovrà trovare un’applicazione che risulta complicata per le spaccature nel sistema.
Nel Consiglio Federale, confermato in blocco, vanno fatte coesistere due anime tanto forti quanto lontanissime, almeno in questo momento. Professionisti e dilettanti sono due universi paralleli e anche nella stessa dimensione professionistica ci sono sensibilità diverse e interessi agli antipodi.
In via Allegri sperano soprattutto di trovare risposte da un governo che prima di venire in soccorso del pallone si aspetta un’autoriforma. Malagò ha ammesso che non c’è molto tempo, sia per il calcio che per il governo Meloni. Il mandato del presidente durerà poco più di due anni, quello dell’esecutivo è in scadenza nel 2027 e non si può far passare il tempo invano. C’è chi resta convinto che difficilmente il sostegno disatteso fino a ieri, come ha denunciato spesso Gabriele Gravina, possa produrre una svolta immediata.
Sono in ballo come priorità i nuovi investimenti sui vivai e un piano per gli stadi, da affiancare ai provvedimenti rimasti in sospeso come la tax credit, le sponsorizzazioni del betting, il superamento dell’Irap e tanto altro. La Lega Serie A spinge, le altre non vogliono le briciole. Dopo l’incontro della settimana scorsa, Malagò è tornato ieri dal ministro dello Sport le Politiche Giovanili, Andrea Abodi. I due cercano di individuare un piano d’azione.
Non basta, per questo il presidente pensa anche al ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, che ha voce in capitolo sulle questioni economiche. Ma per non dipendere da una legge di bilancio, e anche dal clima politico, il pallone dovrà trovare il modo di cambiare marcia da solo.
Nei rapporti interni, invece, pesa il ruolo di Giancarlo Abete, battuto alle elezioni ma che gioca comunque le sue carte, come ha dimostrato di saper fare quando ha evitato che la vicepresidenza vicaria venisse data a Umberto Calcagno, il presidente dell’Associazione italiana calciatori rimasto vicepresidente semplice, con Ezio Maria Simonelli della Lega A vice vicario. Abete di fatto si è vendicato perché l’Assocalciatori aveva subito blindato la candidatura di Malagò tradendo la vecchia alleanza, visto che con Gravina le due componenti reggevano le vicepresidenze con il 54 per cento del Consiglio Federale. C’è anche questo strappo da ricucire.
«Bisogna cambiare mentalità ai dirigenti», ha detto Malagò a Tg2 Post. Si vedrà già con le scelte tecniche. Il presidente vuole condividere la scelta del commissario tecnico con chi, dice lui, «ne sa più di me. Il direttore tecnico può diventare presidente del Club Italia». Su Paolo Maldini evidenzia come abbia «i requisiti che gli italiani si aspettano».
Un altro nodo, infine, è il segretario generale: quello uscente, Marco Brunelli, è ancora stimato, ma negli ultimi giorni è andata rafforzandosi la candidatura dell’avvocato Giancarlo Viglione, responsabile dell’Ufficio Legislativo e consigliere giuridico della Figc, già stretto collaboratore di Gravina e spinto dalla Serie A.