www.ilmessaggero.it Prima Pagina podcast 20 ottobre 2026

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di Massimo Boccucci

Si raccoglie sempre ciò che si semina. Vale pure nel calcio e per la Juventus, mai così in crisi di strategie e risultati. La partita, con la prestazione e il risultato, non è un fatto in sé sganciato da tutto il resto. Anzi, è il terminale di tutto quanto avviene a monte. A cominciare dalla società e da come si rapporta con il sistema nel quale è inserita.

La Juve ha una crisi d’identità perché l’eredità della famiglia Agnelli non sta trovando i testimoni migliori per portarla avanti. Opinione diffusa è che l’avvocato Giovanni Agnelli, detto Gianni, si rivolti nella tomba a vedere in che mani è finito il gioiello del casato, simbolo dell’Italia vincente nello sport che la famiglia legava ai successi imprenditoriali.

Aveva trovato la strada giusta Andrea Agnelli nel ciclo dorato della striscia record di 9 scudetti consecutivi, venuti dopo la bufera di Calciopoli che la Juve ha soltanto subito, quando è stata fermata perché sul campo stava dominando. Gli Agnelli hanno ritenuto di non dover ascoltare Luciano Moggi che li aveva messa in guardia dalle mosse sotterranee dell’Inter, poi scoperta con l’inchiesta della Procura Federale e la prescrizione sulle telefonate agli arbitri che ha salvato il club nerazzurro.

La successiva bufera sulle plusvalenze nella compravendita dei calciatori, pratica adottata da tutti ormai da lunghi anni e che ovviamente richiede compartecipazione perché gli affari si fanno minimo in due, ha smontato ancora una volta la Juve che sul campo aveva ripreso a dominare.

Anche in questo caso l’ombra dell’Inter ha fatto in qualche modo capolino, ricordando come nel 2016 la Procura Federale avesse accettato il patteggiamento dei milanesi per 90mila euro nel procedimento sulle plusvalenze fittizie di Nagatomo, Caldirola e Garritano.

L’Avvocato non avrebbe mai permesso tutto questo e non avrebbe lasciato tutto il sistema in mano agli eterni rivali, immuni da ogni procedimento sebbene vi siano situazioni decisamente imbarazzanti, come l’ultima Arbitropoli archiviata frettolosamente con qualche singolare risvolto perché chi ha indagato non ha nascosto la propria fede nerazzurra.

In tutto questo s’inseriscono le disastrose strategie dei fratelli John e Lapo Elkann, figli di Margherita Agnelli, che ha aperto un contenzioso clamoroso per l’eredità di famiglia, e di Alain Elkann, e nipoti di Gianni Agnelli. Non ne stanno azzeccando una con la Juve e neanche con la Ferrari, del tutto inadeguati al ruolo pur nella diversità delle posizioni.

Non portano frutti i continui cambiamenti direzionali, l’ultimo dei quali ha visto l’arrivo a sorpresa in estate di Giovanni Carnevali dal Sassuolo facendogli trovare larga parte della tavola apparecchiata, se non altro per la scellerata conferma di Luciano Spalletti, per il rinnovo del contratto non vincolato al raggiungimento della qualificazione in Champions League. Il prolungamento era stato invece, saggiamente vincolante per Igor Tudor

I numeri non lasciano spazio a interpretazioni: i bianconeri con il tecnico croato, subentrato all’esperimento malriuscito Thiago Motta, si erano qualificati per la Champions e nel successivo campionato avevano un punto in più in classifica dopo 7 partite. All’ottava giornata arrivò un altro ko, proprio contro la Lazio, e il club decise per l’esonero.

Un anno fa la Juve di Tudor stava un po’ meglio. Spalletti oggi ha 11 punti ed è a -8 dalla testa della classifica. L’anno scorso, sempre dopo 7 giornate, i bianconeri erano a quota 12 e distanti la metà dei punti di ora dalla vetta. L’ex direttore Damien Comolli decise il benservito a Tudor. Di quella squadra dirigenziale c’è rimasto solo il direttore sportivo Marco Ottolini, che evidentemente nella gran confusione riesce a resistere conservando il posto. Almeno fin qui.