Il Messaggero nazionale 7 ottobre 2026

Alberto Aquilani, il suo impatto con la Serie A meglio da allenatore o da giocatore?

«Bella domanda. La A è il massimo, quando inizi a giocare sogni di arrivarci e il giorno che ci riesci provi qualcosa di speciale, a Roma di più. Anche da allenatore le sensazioni sono speciali, si equivalgono».

Il bello e il difficile in 5 partite?

«Il meglio quando vedo che i calciatori recepiscono, condividono e mettono in pratica quanto ricerco da allenatore. La A è difficile, non si può sbagliare nulla. La missione è curare al massimo tutti i dettagli, in tutte le fasi, per arrivare al risultato».

Il rapporto con il direttore sportivo Palmieri?

«Ottimo. Lo conosco da anni, ci siamo affrontati nelle giovanili. Ho sempre avuto una grande stima nei suoi confronti. È una persona che mi ha aiutato molto in questo inizio, abbiamo avuto oggettive difficoltà perché per vari motivi ci mancavano diversi giocatori. Non ha mai perso la bussola, mi ha supportato in questa fase per me nuova. Ha fatto quel che ha sempre detto, ha cercato di allestire una buona squadra e c’è riuscito».

Quando e come ha pensato di fare l’allenatore?

«Sin dal finale di carriera volevo capire questo ruolo, anche all’estero dove sono andato per conoscere nuove realtà. Quando ho deciso di smettere avevo già in testa questa cosa che è nata negli ultimi anni da giocatore».

Capello la definì timido: lei si sente timido?

«Io fondamentalmente sono un timido, più che altro rispettoso delle persone e del lavoro degli altri. Lo ero anche quando andavo a scuola, poi l’età e il calcio ti tolgono questo aspetto. Nel quotidiano ancora lo sono, sul lavoro no».

Le giovanili e lo staff alla Fiorentina, poi Pisa e Catanzaro in B: è stata la gavetta giusta per arrivare in A?

«Non lo so, credo che ognuno abbia una gavetta differente. Chi ci arriva prima, chi dopo. Per me ogni fase che ho vissuto è stata importante. Ho fatto esperienze, poi un anno ho deciso di stare fermo e l’ho voluto per guardare e riflettere: anche quella scelta è stata corretta. L’esperienza ti dà sempre qualcosa di più».

Sassuolo è l’isola felice come la si vede?

«È una dimensione in cui si lavora bene. Oltre al blasone, la piazza e il clamore ci sono le persone. Abbiamo risorse umane di altissimo livello e si sta bene. Sono fortunato».

È lo stesso ambiente dove ha giocato 9 anni fa?

«Rivedo quello che ho conosciuto, chi c’era e vale anche per i nuovi. Chi lavora nel club fa la differenza. Il filo conduttore non è cambiato».

Da Berardi a Matic, da Bakola a Volpato: garanzie e talento?

«Abbiamo un mix di ragazzi molto giovani e di esperienza. Penso che oggi sia importante andare in questa direzione, con il giovane accompagnato da un esperto. Servono le componenti giuste per far sì che la squadra abbia un po’ di tutto».

I suoi predecessori in neroverde si sono tolti parecchie soddisfazioni: pure per questo non ha esitato? 

«Non ci ho pensato, non la metto su questo piano. Nei colloqui che ho avuto ho riscontrato il posto giusto per le caratteristiche. Il club va nella direzione dove mi piace andare».

Favasuli e Liberali i suoi capolavori la stagione scorsa insieme alla finale playoff nei cadetti?

«Ovvio che oggi si punta su questi ragazzi poiché hanno avuto la possibilità di salire a un certo livello. Ma a Catanzaro ci sono stati anche altri fattori e le soddisfazioni sono state tante, non solo circoscritte a quei due ragazzi».

Le piace soprattutto lavorare sui giovani?

«Se vedo il giovane bravo non mi faccio problemi a farlo giocare. Adesso bisogna abbassare la media età per agevolare la crescita».

Lei e la Spes Montesacro un grande amore?

«È un po’ una figlia per me. Ci ho mosso i primi passi, divertendomi sotto casa. Ora è una realtà consolidata su Roma, che mi permette di far vivere un club molto importante nella mia vita».

L’Italia sta ripartendo fra tante difficoltà: come vede il percorso intrapreso?

«Bisogna avere pazienza, se si parte con un nuovo ciclo ci vuole calma. O si ha pazienza e si crede in qualcosa, oppure si rimette in discussione tutto. Per cambiare le cose ci vuole tempo».

Ha conosciuto la Premier League che non era ancora quella di oggi: come ha fatto a crescere e cosa può imparare l’Italia?

«Il primo dato è economico: ci sono introiti e una facilità di spesa molto superiore a quella italiana, quindi si alza il livello dei calciatori e di tutto quanto vi ruota attorno. C’è poi un dato culturale, una diversa cultura del risultato».

Cosa pensa della doppia lunga sosta ravvicinata delle nazionali?

«La stiamo vivendo, è una cosa nuova. Non siamo abituati a fermare i ritmi così a lungo. Di positivo ci vedo che possiamo usare questo tempo per mettere le cose a posto».

Verso la ripresa del campionato: Roma da scudetto?

«Squadra molto forte e completa. È partita nel modo giusto, può lottare per il vertice».

Che idea si è fatto delle forze in campo?

«Il motore è ben diverso rispetto alla B, con giocatori da una cilindrata non paragonabile. C’è più organizzazione, tutto è più complesso e stimola a non lasciare nulla al caso».

Gasperini un maestro?

«Per quello che ha fatto e trasmesso è un maestro, lo è in quello che fa. Ha rivoluzionato il modo di giocare con i duelli a tutto campo, con la sua maniera di intendere la partita e penso anche l’allenamento. Ha stimolato tutti. È un innovatore».

Un allenatore di assoluto riferimento?

«Ne ho avuti tanti e da ciascuno ho preso qualcosa. Non si possono fare paragoni, ognuno mette qualcosa di suo. Quello che negli anni mi ha stimolato di più è De Zerbi: siamo amici e mi sono confrontato tanto con lui».

Chi la incuriosisce di più tra i giocatori degli altri?

«I giovani in rampa di lancio, come Cisse del Milan perché voglio capirne l’evoluzione. Penso a Favasuli al Napoli, Liberali al Como e alla crescita del nostro Bakola».

Massimo Boccucci