«Al mio segnale, scatenate l’inferno!». Luca Ward lo dirà domani, alle 21, al Teatro Romano di Gubbio? Vedere per sapere. È un cult quella frase del generale Massimo Decimo Meridio, interpretato da Russell Crowe e doppiato dal popolare attore romano ne Il Gladiatore. Ward ha dato la sua voce a tante star del cinema, da Hugh Grant a Keanu Reeves, Pierce Brosnan e Samuel Jackson. Nel suo spettacolo “Oggi voglio essere me stesso” si racconta senza filtri, svelando la sua anima.
Si è mai sentito il Gladiatore?
«Sì, quando è morto mio padre. Nel dicembre 1973 dicembre avevo 13 anni e lo sono dovuto diventare. Ci siamo trovati nell’indigenza e ho dovuto prendere gladio, elmo e scudo per combattere. Mia madre si è ritrovata vedova a 32 anni con tre figli».
In “Oggi voglio essere me stesso” c’è solo Luca Ward o anche i tanti che ha doppiato?
«C’è Luca, l’ho voluto fare pure per questo e per sfatare molte cose di noi su internet. Siamo persone come tante, facciamo il mestiere che ci piace, poi leggiamo quelli che chiamo i coglioni da tastiera».
Cosa aspettarsi in un paio d’ore a Gubbio?
«Racconto la mia storia e prendo in giro il nostro mondo tra aneddoti, il dietro le quinte e le difficoltà. Coinvolgo il pubblico, faccio partecipi gli spettatori che si divertono».
I suoi genitori erano attori: si sono accorti subito della sua splendida voce?
«Ho cominciato a tre anni con i grandi sceneggiati della Rai, ce l’avevo da pulcino. Non volevo fare questo lavoro. Sono altri a determinare la nostra carriera, noi possiamo solo essere preparati. Volevo un mestiere in cui fossero certe le qualità richieste, perciò mi sono concentrato sul doppiaggio dove la qualità emerge, altrimenti non lo puoi fare».
Cinema, tv o teatro?
«Sono diversi. Cinema e tv un po’ si somigliano, ma il cinema è più lento nella realizzazione. A teatro si percepisce l’audience quando vedi il pubblico e quanto applaude».
Un attore vive il personaggio che interpreta?
«No, ricordo che in CentoVetrine usavano chiamare con il nome del personaggio. La sarta mi chiamò Massimo e vedeva che non mi giravo».
Dare la voce a un premio Oscar le fa condividere quel riconoscimento?
«Sono contento se viene premiato, anche perché vuol dire che farà tanti film e quindi lavorerò. Decidono gli americani chi deve doppiare, i provini vengono mandati all’estero e loro scelgono».
Meglio voce in un grande film o in tv come su Elisa di Rivombrosa?
«Quando nel 1994 vinsi il provino per 007 era un punto di arrivo. Certi film doppiati erano medaglie che ti mettevi. Elisa su Canale 5 è stato l’ultimo grande sceneggiato, visto in 180 Paesi e che mi ha permesso di lavorare molto all’estero. Oggi una serie di successo è ugualmente importante».
Lei con Ferruccio Amendola, Tonino Accolla e Giancarlo Giannini i campioni olimpici del doppiaggio italiano?
«Da loro tre ho imparato tanto. Ci sono tantissimi bravi doppiatori, noi italiani siamo fenomeni».
Si chiede cosa pensano le star nel sentirla in lingua italiana?
«Penso che a sentirsi doppiati gli prenda un colpo. A me è successo con Elisa di Rivombrosa a Parigi quando ero doppiato in francese. Hugh Grant da Fazio disse che, sentendomi, ogni volta imparava qualcosa. Mi ha fatto piacere».
L’attore straniero che la intriga di più?
«Il più difficile Samuel Jackson, primo perché ha 10 anni più di me e poi perché è nero con un’estensione vocale pazzesca».
Come se la passa il cinema italiano?
«Se non cambia marcia è finito. Una volta c’erano i grandi produttori e rischiavano, oggi c’è il finanziamento pubblico con la politica che ha rovinato tutto. Lo dico con tristezza. I nostri film sono monotematici e ci lavorano sempre gli stessi. Per il box office se non scende in campo Zalone…».
Massimo Boccucci
