www.ilmessaggero.it Prima Pagina podcast 18 luglio 2026

https://www.ilmessaggero.it/podcast/prima_pagina/18_luglio_dati_sensibili_allarme_servizi_segreti_roggero_carcere_ci_restero_poco_mondiali_finali_le_tensioni-9658534.html

di Massimo Boccucci

Diceva: «Il calcio è come una briscola al bar con il tuo migliore amico. Quando giochi, fai di tutto per fregarlo, quando posi le carte bevi con lui un bicchiere». Osvaldo Bagnoli sapeva trovare le metafore della vita con la semplicità che guarda la sostanza più che la forma. Lui è stato il mago del primo e unico scudetto del Verona nella sua centenaria storia e il tecnico della Bovisa, come ha sempre amato definirsi il mister milanese cento per cento del popolare quartiere. Non ha mai trascurato le sue umili origini nell’essere personaggio senza volerlo e neanche saperlo, appartenuto al calcio d’un tempo che non tornerà più.

Il club scaligero nel gennaio del 2018 l’ha voluto presidente onorario e l’anno scorso per i quarant’anni dello scudetto non ha potuto partecipare alla grande festa al Bentegodi, ma ha ricevuto i suoi campioni a casa, anche se stava prendendo il sopravvento la malattia neurodegenerativa che l’ha portato via all’ospedale Borgo Roma di Verona.

Se n’è andato a 91 anni, compiuti il 3 luglio scorso, e passa davanti tutto il film della sua vita, dalla carriera di discreto centrocampista negli anni ’50 e ‘60, vincendo anche uno scudetto con il Milan, per poi darsi alla panchina tra Fano, Rimini, Como, Genoa con il capolavoro della storica qualificazione alla Coppa Uefa e la vittoria storica del Grifone sul campo del Liverpool quasi sessantenne.

Le baruffe con la Juve, ricordando la battutaccia «se cercate i ladri sono nell’altro spogliatoio», dopo aver perso 2-0 a Torino il 6 novembre 1985 la gara di ritorno degli ottavi di finale di Coppa Campioni, e la chiamata dell’Inter con il secondo posto dietro al Milan fortissimo e il tradimento nerazzurro la stagione seguente con l’esonero a metà, che ad appena 59 anni l’ha portato delusissimo a ritirarsi dalle scene.

Bagnoli nell’impresa con l’Hellas ebbe il grande merito di valorizzare al meglio ogni giocatore, creando una sinergia speciale tra la squadra e il Bentegodi. Fuorigioco, ritmi bassi e catenaccio organizzato, senza alcun complesso d’inferiorità, che gli farà costruire il trionfo con la miglior difesa, guidata da Tricella, con appena 19 gol subiti in 30 partite.

Poi, là davanti, la velocità di Fanna e Marangon sugli esterni per ispirare i gol delle due punte, Elkjaer e Galderisi. Quegli automatismi perfetti hanno spinto una squadra di provincia a rompere il dominio delle grandi. Impresa riuscita anche al Cagliari nel 1970, ma lì c’era un mostro chiamato Gigi Riva. Niels Liedholm disse che l’Hellas aveva «il collettivo, il contropiede micidiale e la capacità di lottare in ogni occasione. Oltre che Osvaldo Bagnoli, un combattente di razza».