di Massimo Boccucci
La fila per rendere omaggio al bomber Igor Protti, scomparso a 58 anni, nella stanza del commiato Frongillo al cimitero di Cecina. La salma dell’ex centravanti è attesa oggi alle 18 allo stadio Armando Picchi a Livorno, dov’è stato proclamato il lutto cittadino, e domani alle 17 al Romeo Neri di Rimini. Sarà cremato e le sue ceneri saranno inizialmente portate a Bari, al San Nicola, per poi tornare in Romagna e disperse nel mare riminese, come da sua volontà.
Prima Pagina, il nostro podcast, l’ha seguito nel percorso della malattia, tra i cicli di chemio e radioterapia, ammirandone il coraggio nell’aggrapparsi alla vita con tutta la forza di volontà. Quando è stato male, a luglio 2025, i tifosi della Curva Nord, a Livorno, sono andati sotto la sua finestra all’ospedale con lo striscione «Nel bene, nel male, nella lotta forza Igor», e i ragazzi della Zona Sud sono passati sotto casa. Sono spuntati striscioni a Rimini, a Messina, e cartelli a bordo strada a Modugno e a Noci. Tutte le sue case. E poi gli avversari: messaggi dalle tifoserie di Lecce, Roma, Spezia, Pisa.
A fine maggio è diventata virale la foto di Igor al matrimonio della figlia Noemi, accompagnata all’altare appoggiato dolcemente alle braccia di suo figlio Nicholas Flavio, per esternare la gioia infinita nonostante i dolori nel tratto finale della vita che avanzava.
Lo ricorderemo per i 257 gol in oltre vent’anni di carriera. Lui e Dario Hübner gli unici attaccanti italiani ad aver vinto la classifica dei marcatori in Serie A, in B e in C1. L’unico a riuscirci in A con 24 gol segnati in una squadra retrocessa. Il Re a Livorno e lo Zar a Bari, le due città in cui si è consacrato facendo la storia e che l’hanno insignito, nel 2007, della cittadinanza onoraria.
Sulla sua strada stopper ruvidi e centravanti di qualità, terzini rapidi ed esterni pronti a tutto pur di fermarlo. Un predestinato, già quando si allenava a testa bassa sui campi improvvisati della sua Rimini, dove ha cominciato a fare sul serio. Lì dove, pur di avere un pallone, ha aiutato il papà Flavio seguendolo in un cantiere e imparando il mestiere, per capire che nulla si ottiene senza impegno e fatica, con il rimpianto di non averlo visto esordire in Serie A.
A giugno dell’anno scorso aveva scoperto di avere il cancro al colon, l’ha detto a tutti e l’ha combattuto a viso aperto, fino a congedarsi con qualche riga carica di sentimenti affidata alla famiglia perché diventasse di ciascuno: «Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale. Difficile trovare parole che possano spiegarlo – ha scritto -, l’unica cosa che posso fare è ringraziare la mia grande e meravigliosa famiglia che ho adorato. Tutte le persone che mi hanno voluto bene e che mi sono state vicino, tutti i tifosi delle squadre nelle quali ho giocato per l’affetto e l’amore sempre dimostratomi e totalmente ricambiato. Sperando che sia un arrivederci e non un addio».
La sua storia sportiva è la favola che tanti vorrebbero vivere, dagli esordi riminesi al triennio a Messina, sostituendo un certo Totò Schillaci che era passato alla Juve, lo storico titolo di capocannoniere a Bari, quindi la Lazio e il Napoli, dov’è stato l’ultimo a indossare la sacra 10 di Maradona prima che la ritirassero, una Supercoppa italiana e il glorioso capitolo a Livorno.
Un figlio di Sacchi che l’ha lanciato in riviera, un tifosissimo dei miti Rivera e Vialli, e un uomo dal cuore grande che faceva teatro per beneficenza recitando con attori affetti da disabilità psichica. Uno amato tantissimo, che non è andato all’Inter soltanto perché l’Inter non ha fatto in tempo a vendere Zamorano, dirottando su Roma, alla Lazio, per volontà di Sergio Cragnotti.
In un tema delle elementari ha rivelato la sua natura: «Scrissi – ha raccontato – che volevo giocare la finale di Coppa dei Campioni e segnare un gol al 90’». Ha conosciuto il calcio e a chi una volta gli ha chiesto come volesse morire non ha esitato: «Di vecchiaia, senza soffrire e far soffrire troppo». Non c’è riuscito.