Il Messaggero edizione nazionale 15 aprile 2026

Il bello di Jurgen Klinsmann è che pur senza mai pronunciare la parola rivoluzione spinge l’Italia verso la più grossa delle rivoluzioni. Lui, cittadino del mondo, si sente italiano e ne ha per tutti dopo l’esclusione dal Mondiale. È tornato a Los Angeles, rientrato da Oslo dov’è stato tra i relatori a una conferenza ai massimi livelli sul calcio norvegese. «Loro vanno a duemila – racconta -, la Norvegia è una locomotiva. Non mi sorprendono i risultati, hanno sviluppato una strategia. Parte tutto dai centri sportivi che hanno realizzato negli anni e la Nazionale ne raccoglie i frutti. L’economia va benissimo e pure lo sport, basta guardare l’ultimo primato nel medagliere alle Olimpiadi invernali. Hanno piedi per terra, sono modesti e realisti».

Quando nel calcio si fallisce da dove si riparte?

«Ricordo la vera svolta in Germania dopo gli Europei del 2004 in Portogallo. La discussione ha investito tutte le parti: politica, stati federati e Federcalcio. Ogni land ha un centro sportivo, ha il suo Coverciano. Sono cambiate molte regole partendo dai bambini. Da 6 a 10 anni giocano 3 contro 3 e porte piccole senza portiere e senza contare i gol, poi 5 contro 5 e salendo fino a 11. Si lasciano liberi di esprimersi. Servono discussioni serie per ricominciare, tutti uniti nel prendere una strada nuova con metodi nuovi e diversi. Ci vogliono atteggiamenti positivi e vanno motivati i piccoli».

Propone un taglio netto?

«Va cambiata strada. Chi ha sbagliato deve farsi da parte e lasciare spazio a un’altra generazione. Ci vogliono dirigenti e allenatori giovani. Va coinvolta gente che ha vinto, penso a Del Piero e Fabio Grosso, per esempio. Ripartire da facce nuove e metodologie differenti».

Com’è stato organizzato in Germania il Talentförderprogramm (programma di raccolta di talenti)?

«In ogni centro dei lander tedeschi si fa scouting progressivo, ogni fine settimana ci sono i raduni e si lavora sul talento per non perdere i ragazzi. Si lavora sulla base e viene coinvolto il responsabile della singola regione per valorizzare i migliori. Non è detto che il modello tedesco sia interamente esportabile, credo che si possano prendere aspetti diversi da più Paesi».

Come costruire un modello?

«Prendere da ogni federazione la cosa migliore e adattarla alla cultura e mentalità italiana. Mi aspetto più positività e forza nell’affrontare i problemi. Gli allenatori italiani hanno troppa paura di perdere, non rischiano, aspettano fino alla fine per mettere due attaccanti. Questo deve cambiare e subito».

L’Italia cosa potrebbe copiare dalla Germania?

«Il sistema dei centri federali. Ogni regione deve avere una sua Coverciano. Servono investimenti nelle infrastrutture».

L’Italia ha toccato il suo punto più basso?

«Sì, la terza volta fuori dal Mondiale è troppo brutta. Fa male a tutta la gente, va oltre il calcio».

L’aspetto più deludente?

«Già nelle due partite di qualificazione con la Norvegia si erano viste le difficoltà. I giocatori non capivano che si giocavano tutto e non l’hanno capito neppure in Bosnia. Si doveva giocare per la vita e per non fallire, forse non se ne resi conto. Nell’esperienza di commissario tecnico della Germania la politica ci era vicina, Angela Merkel mi chiamava spesso: lei mi spiegava la politica e io il calcio. Ora in Italia si devono sentire tutti responsabili, non solo squadra, allenatore e federazione. Devono ripartire tutti insieme».

Si aspettava la terza eliminazione consecutiva?

«Non ci pensavo proprio, ero convinto che ce l’avrebbe fatta e lo dicevo agli amici. Non avevo ragione».

C’è una favorita al prossimo Mondiale?

«Ancelotti con il Brasile. Hanno fame e volontà. In Qatar i brasiliani giocarono bene anche uscendo ai quarti con la Croazia perché non la chiusero, dopo il vantaggio di Neymar, perdendo poi ai rigori. Mi piace molto il Portogallo, con Cristiano Ronaldo che è sempre un fenomeno e tutti corrono per lui, come l’Argentina per Messi quattro anni fa. Se l’Italia si fosse qualificata avrebbe potuto far bene. Ora devono cambiare lo spirito e le persone».

Massimo Boccucci