www.ilmessaggero.it 15 settembre 2026

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di Massimo Boccucci

SPOLETO – Una celebrazione in grande stile per Angelo Orazi che da Spoleto è partito diretto a Roma per coronare il suo sogno di calciatore, con i colori giallorossi che gli sono rimasti cuciti addosso. Da attaccante e mezzala conta 291 presenze in Serie A, poi allenatore tra le altre di Palermo (portato in B), Ternana e Ascoli dopo l’esordio in panchina al Cynthia Genzano, chiamato da Giorgio Perinetti che gli propose di allenare e non fare l’insegnante di educazione fisica, con tanto di promozione. La carriera parla per lui. Vive a Roma, ma la sua città natale in Umbria gli ha tributato ieri (lunedì 14 settembre) a palazzo Mauri un grande omaggio con tanti amici ed ex compagni di squadra. È nato così Angelo Orazi’s Day, un evento che è coinciso con i 75 anni compiuti sabato scorso, 12 settembre, ed è stato coordinato da Renzo Berti con il supporto del Comune, per l’impegno diretto dell’assessore allo Sport, Federico Cesaretti, e la presenza del consigliere regionale Stefano Lisci, Umberto Brutti della giunta regionale del Coni e Carlo Emili, vicepresidente del comitato umbro della Figc-Lega Nazionale Dilettanti.

Orazi, il mitico pugile Cassius Clay, Muhammad Ali, ha detto: I campioni si fanno con qualcosa che hanno nel loro profondo, un desiderio, un sogno, una visione. È vero?

«Sono d’accordo. Avevo il sogno di poter fare una carriera. Non è facile riuscirci, ci vuole anche un po’ di fortuna. Sono stato fortunato anche ad avere delle persone, come Sandro Morichelli, che mi ha dato la possibilità di farmi conoscere. Un mese prima di aprire il discorso con la Roma mi aveva dato la possibilità di fare un provino con il Perugia. Poteva andare tutto diversamente. Poi è arrivata la Roma e potevo andare in una famosa realtà della Serie A. Passavo da una cittadina come Spoleto alla capitale e a 14 anni non era semplice ambientarsi. La grande voglia di poter emergere mi ha aiutato».

Oronzo Pugliese, il primo allenatore importante che ha avuto e che è stato reso ancor più famoso da Lino Banfi perché ha ispirato il personaggio cinematografico di Oronzo Canà nel popolarissimo film L’allenatore nel pallone. Banfi somigliava al suo mister?

«Sicuramente posso dire che se è stato portato sullo schermo significa che un’impronta l’ha lasciata».

Cosa ha visto Oronzo Pugliese in Orazi?

«Ho avuto la forza di fare le cose senza crearmi problemi, senza emozionarmi. Questo forse è stato il pregio dell’orizzonte in quel momento. Penso che la voglia di giocare mi ha portato a fare le cose che sapevo fare».

Una data scolpita: 23 febbraio del 1969 l’esordio in Serie A con la Roma guidata da Helenio Herrera. Cosa le ha dato il Mago che aveva vinto tutto con l’Inter?

«In quel momento la Roma non andava granché bene e ha pensato di poter dare una svolta cercando di far debuttare dei giovani. Tra questi c’ero io. Si attingeva dalla De Martino, il campionato dove giocavano le riserve e i giovani. Quell’anno venivo utilizzato in due ruoli, centravanti o mezzala. Li potevo svolgere entrambi. Herrera vedeva in me un ragazzo che si stava mettendo in luce e così mi ha dato la possibilità. Evidentemente aveva visto delle qualità e stavo dimostrando di essere all’altezza».

Si è tifosi della squadra in cui si gioca e lo si resta?

«Tifavo per la Fiorentina, poi sono diventato tifoso della Roma e ci sono rimasto».

Due grandi presidenti: Gaetano Anzalone e Dino Viola. Un bel legame il suo?

«Hanno fatto la storia della Roma. Sono legato molto ad Anzalone che mi ha voluto ed è stato anche un mio testimone di nozze. I presidenti di oggi, di alcuni dei quali non è noto neanche il nome, vengono da chissà dove. Non vanno allo stadio, qualcuno sparisce, altri tornano. Ero molto giovane e ricordo i duelli dialettici tra Viola e l’avvocato Giovanni Agnelli che hanno fatto veramente epoca. Erano ironici e si stimavano moltissimo, entrambi intelligenti. I presidenti, penso a Costantino Rozzi dell’Ascoli, erano dei personaggi, amavano il calcio e non pensavano al business. Trascinavano i tifosi. Prima c’erano le interviste dei presidenti, oggi non più».

È stato anche allenatore. Cosa le piace di più e cosa meno del calcio di oggi?

«Domanda difficile, per me lo sport è sempre stato modello di entusiasmo che mi ha portato a guardare più il lato sportivo che altro. Ora ci sono investimenti maggiori e si possono vedere giocatori di un certo livello un po’ tutte le squadre».

Davanti a una partita le è mai capitato di rivedersi in un giocatore?

«Sinceramente no, anche perché il calcio è cambiato».

Il calciatore della Roma che la intriga di più?

«Malen mi piace molto. È un centravanti di qualità».

I Mondiali del 1974. Orazi poteva esserci se non fosse stato per l’infortunio?

«Ero nel giro azzurro. Mi sono fatto male a un ginocchio in un derby con la Lazio. Ma Luciano Re Cecconi non c’entra, non mi ha neanche sfiorato. Lo ricordo oltretutto come una bravissima persona. All’epoca vennero raccontate cose non vere. La verità è faceva una leggera pioggia e volevo mettere i tacchetti da 12, invece che da 18, ma erano finiti. Allora ho preso il numero più basso che c’era rimasto, il 17. In una situazione di gioco, un tacchetto è rimasto nel terreno che era duro e io, allungando il passo, mi sono infortunato. Sono situazioni che succedono. Mi sono operato in Francia e ho potuto giocare di nuovo in Serie A, anche se ha pregiudicato la partecipazione al Mondiale sebbene in azzurro avessi fatto tutta la trafila nelle giovanili».

Le esperienze da allenatore come sono state?

«Non ci pensavo ad allenare, ero insegnante di educazione fisica ma per trovare un posto di lavoro dovevo andare al nord e non mi andava di lasciare Roma. Mi ha telefonato Giorgio Perinetti per chiedermi se volessi allenare e mi chiamò a Genzano, al Cynthia, dove si è vinto il campionato».

A Palermo la promozione in B e la Coppa Italia di C: indimenticabile?

«È una delle città dove c’è maggiore entusiasmo. Piazza stupenda».

Degli allenatori oggi chi le piace?

«Gasperini sta facendo veramente bene».

Il giocatore che l’ha impressionata di più?

«Senza dubbio Zico. Io sono andato via da Udine quando arrivava lui. Ci avrei giocato davvero volentieri insieme, dopo averlo affrontato da avversario. L’ho conosciuto personalmente, soprattutto in un’iniziativa in Brasile che aveva organizzato».