di Massimo Boccucci
Vuole tornare come prima, più forte di prima. Ha dovuto metabolizzare un sacco di cose, con le rinunce dolorose da quando il 18 aprile scorso al Barbera in Palermo-Cesena, sul 2-0 per i siciliani a partita praticamente finita, la vita di Jonathan Klinsmann si è ribaltata. Il ventinovenne portiere statunitense con cittadinanza tedesca, figlio dell’indimenticabile bomber Jurgen, ha dovuto interrompere bruscamente l’ultimo campionato di Serie B coi romagnoli e soprattutto ha dovuto rinunciare al Mondiale dopo essere stato in odore di convocazione nella Nazionale Usa, perché il commissario tecnico Mauricio Pochettino lo aveva già chiamato e lo stava seguendo. Inizialmente, quando in uscita ha impattato fortuitamente con il ginocchio di Filippo Ranocchia, è sembrato un trauma cranico. Aveva un taglio sul cuoio capelluto e gli fischiavano le orecchie, ma era pronto a stringere i denti e a portare a termine la partita. Invece si era fratturato la prima vertebrale cervicale, con danni ai legamenti del collo, e la corsa in elicottero in una clinica tedesca, a Heidelberg, il delicato intervento chirurgico e la riabilitazione, che prosegue puntando a tornare quanto prima su un campo di calcio.
La paura
In un’intervista a The Athletic, inserto sportivo del New York Times, si è raccontato partendo da quei momenti: «Sono caduto a terra e sono rimasto seduto lì per un secondo, pensando… fa male. Poi mi sono girato sulla schiena e ho sentito il collo irrigidirsi. Era come quando si ha un incidente d’auto. Credevo che fosse una commozione cerebrale e un colpo di frusta. Avevo la testa sanguinante, ma non ho mai perso conoscenza né ho avuto forti vertigini. Quando mi sono rialzato e la partita è ripresa, sentivo il collo ancora più rigido. I muscoli stavano lavorando a pieno ritmo per proteggermi da qualcosa». La paura più grande: «Sono stato davvero vicino a non giocare mai più, a non camminare mai più. All’inizio non avevo compreso appieno la gravità della situazione ma ho solo capito che la stagione era finita e che non avrei potuto giocare il mio Mondiale. Supererò anche questa, mi sono detto. È andata male, ma sarebbe potuta andare incredibilmente peggio».
Le scelte
Il portiere, ricordando i dolori via via lancinanti costretto con il collarino a poter guarda solo il soffitto della camera d’ospedale a Palermo, confessa che «la cosa dura è stata spiegare ai miei familiari cosa fosse successo. Insieme abbiamo stabilito che la scelta migliore fosse volare a Heidelberg per l’operazione. Tutti avevano grande fiducia nelle capacità del dottor Stefan Hemmer, poi era in Germania, quindi mio padre non aveva problemi a comunicare, e la mia fidanzata è di là. Quando ci siamo visti in ospedale è stato speciale, siamo riusciti a scaricare la tensione e c’è stata un po’ di commozione». Il colloquio con i medici ha portato a scoprire tutta la verità: «Ci hanno detto che il rischio era alto, è molto vicino al midollo spinale, alla vertebra C1 che è responsabile quasi da sola di tutta la rotazione del collo, quindi sarà un intervento chirurgico molto complicato. E dicendomi questo, mi hanno chiesto di firmare».
- Ansia e addio sogni
Il racconto di Jonathan Klinsmann entra nei particolari tra l’ansia e le prospettive: «Il momento in cui mi hanno trasportato fuori dalla stanza d’ospedale per l’operazione, passando davanti alla mia famiglia ho vissuto un momento di grande carica emotiva. Per fortuna c’era un anestesista piuttosto divertente, mi ha fatto ridere e in pratica già dormivo. Appena mi sono svegliato ho chiesto subito come fosse andata e mi è stato assicurato che era stato rimesso tutto al posto giusto. Pochi giorni dopo ho ricominciato a camminare e ho ripreso a pensare al calcio. Mi dispiaceva non poter finire il campionato con il Cesena e di non poter lottare per andare ai Mondiali».
Sugli spalti
Una volta tornato negli Usa e iniziata la riabilitazione, Klinsmann è comunque riuscito a vedere quattro partite del Mondiale sugli spalti. I suoi compagni degli Stati Uniti battere 4-1 il Paraguay, tra i rimpianti per quello che poteva essere e non è stato, quindi Francia-Svezia, Brasile-Norvegia e Svizzera-Bosnia: «Nella Svizzera gioca Cédric Itten, mio ex compagno al San Gallo. Quattro anni fa non lo chiamarono per il Qatar e venne da me in California a riprendersi. Vedendolo entrare in campo contro la Bosnia ero felice per lui e mi sono detto che noi calciatori siamo fortunati. Ho pensato che ho una bella vita, un bel lavoro. Ho avuto un grande spavento, ma sono sano e posso tornare a fare quello che facevo».
Il ritorno
Quando tornerà a giocare? «Non lo so, l’osso deve saldarsi e poi dovrà ricompattarsi una volta tolte le viti, mentre i muscoli si riprendono. Ora non ho più il tutore e la mobilità del collo sta lentamente tornando alla normalità. Vado fiero che il mio atteggiamento mentale non è mai stato negativo». Tra un paio di settimane Jonathan sarà nuovamente in Germania per un consulto: «Poi scenderò a Cesena, è positivo che mi vedano perché molte persone erano davvero preoccupate per me. Essere lì, sorridere e far sapere a tutti che sto bene è una bella cosa. Inoltre, abbiamo Diamanti nuovo allenatore e voglio presentarmi. Per me tornare a Cesena è importante. Il mio non è un infortunio da cui si vuole avere fretta di tornare in campo. Devo ricordarmi che il rischio non vale la pena».