www.ilmessaggero.it Prima Pagina podcast 26 luglio 2026

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di Massimo Boccucci

Uno scetticismo del genere, dopo la scelta di Andrea Pirlo come commissario tecnico, non si era visto neanche ai tempi di Enzo Bearzot nel 1982 alla partenza per la Spagna e dopo i tre pareggi nella fase a gironi tra il silenzio stampa e i tanti mugugni. Si può solo sperare che Pirlo sconfessi gli scettici, come seppe fare il “Vecio” storico condottiero in panchina di quella Nazionale campione del mondo e capace di guidarla per il record di 104 partite. È pure peggio della spedizione del 2006 quando Marcello Lippi avrebbe cominciato la magica avventura mentre il calcio italiano veniva travolto dallo scandalo di Calciopoli.

La storia azzurra, passata attraverso quattro titoli mondiali tra due consecutivi con Vittorio Pozzo nel 1934 e 1938, prima di Bearzot e Lippi, stavolta apre un capitolo inedito sotto tanti aspetti, dalle nomine senza precedenti di un direttore tecnico e un advisor di fiducia scelto dallo stesso direttore.

Paolo Maldini e Leonardo sono due scommesse e hanno voluto scommettere fino in fondo nel chiamare Pirlo, dopo che Giovanni Malagò avrebbe voluto Roberto Mancini e i presidenti di Serie A preferivano Antonio Conte. Le reazioni su Pirlo vanno tutte, o quasi, nella direzione degli interrogativi su quale logica possa aver accompagnato questa scelta.

Pirlo non è un figlio della Federazione e non è neanche un allenatore di grido, a fronte di una carriera gigantesca da calciatore. A parte la faccenda di Pep Guardiola, che, aggiungendo la telefonata a Carlo Ancelotti, è sembrato un modo per dire di aver provato a prendere un tecnico di primissima fila.

Maldini e Leonardo non potevano non sapere che Guardiola non avrebbe mai potuto accettare, vista la situazione nel derelitto calcio italiano, tra il campionato scadente e la disastrosa gestione azzurra, e men che meno Ancelotti legato al Brasile. Disinnescare Mancini e Conte in nome del cambiamento epocale era l’obiettivo primario, ma adesso si fanno i conti con le reazioni diffuse di commentatori e sui social.

C’è chi ricorda che, dopo le delusioni americane, la Francia è ripartita da un certo Zinédine Zidane e la Germania da Jürgen Klopp, gente vincente come la storia insegna e non allenatori che come Pirlo hanno come unico requisito l’amicizia con chi si chiama Maldini e Leonardo, che potranno esercitare tutto l’ascendente e magari indirizzare anche le scelte e la gestione tecnica.

Partire così è partire malissimo, confidando che i due non abbiano in testa il modello club, a cominciare dal Milan che è stato l’unico di Maldini e che Leonardo ha conosciuto in Italia. Il prestigio dei più stretti collaboratori di Malagò non è in discussione. Hanno sicuramente idee innovative. Ma in partenza hanno giocato d’azzardo.