LA STORIA
GUBBIO Come aprire un archivio gigantesco, in più stanze su più piani, dove trovare un patrimonio di millenni che racconta della città e dei suoi tesori. Sono i 415 scatoloni, segnati con anonimi codici tipo AA-01-GUB.010-010, al cu interno sono riposti reperti che si riferiscono alle testimonianze più antiche della storia eugubina. Si tratta di oggetti ritrovati attraverso le operazioni di scavo a Gubbio a partire dal 1954 nel corso di diverse campagne archeologiche a opera della British School at Rome. Questi depositi speciali si trovano negli archivi dell’istituto a Roma, in via Gramsci al numero civico 61.
Per quanto è dato sapere, le regole adottate dalla scuola dispongono che l’accesso ai reperti è vietato per i primi quarant’anni dalla loro sistemazione con catalogazione con attività di custodia immagazzinata. Quei quarant’anni ormai sono passati da un pezzo. Non è noto che tipo di scavi conducesse la scuola britannica a Gubbio negli anni ’50 del secolo scorso e già questo potrebbe rappresentare un ottimo motivo per andare a vedere per rendersi conto da vicino di che testimonianze si tratta. In particolare, ci sono tanti reperti dagli scavi del 1975-1977 sul monte Ingino per mano del celebre archeologo David Whitehouse, sfociati successivamente in uno studio sulla frontiera antica tra Gubbio e Perugia. Molto di questo materiale è con tutta probabilità il risultato degli scavi presso la Rocca posteriore dell’Ingino, il baluardo più alto che domina.
Non si ci riferisce agli scavi di Stoddart-Malone della metà degli anni ’80 (A preliminary report on further excavations at Monte Ingino) ma, appunto, quelli di quasi un decennio prima. Esiste un volume, realizzato a cura di Patrizia Angelucci, che illustra quella campagna di scavo, così come uno studio di Pier Lorenzo Meloni sugli aspetti dello scavo specificamente legati all’epoca medievale. Tuttavia, potrebbe essere approfondito se i 415 scatoloni contengono reperti considerati particolarmente pregiati, oppure poco rilevanti. In ogni caso si potrebbe approfondire quanti di questi reperti sono stati lasciati fuori dallo studio e il motivo.
La rilevanza non è soltanto legata all’Umbria antica, ma anche alla storia della maiolica, in quanto risulta che oggetti ed almeno una quarantina di disegni di frammenti di maiolica con decorazioni in blu sono ancora nei depositi romani, non sono stati pubblicati e non sono mai stati mostrati al pubblico. Nel dettaglio si è di fronte a ceramica, ferro, vetro, monete, bronzo, resti di animali riferiti a un insediamento sul quale venne pubblicato uno studio, ma solamente una parte di essi venne donata al Comune di Gubbio.
Il resto ha deciso di tenerselo la scuola. Resta il giallo su cosa e perché una sostanziosa parte di quel materiale venne trasportata nei i magazzini romani. Per questo si pone la questione se sia arrivato il momento di richiedere un’accurata ispezione del materiale, con la possibilità di organizzare una mostra che ripercorra la storia dello scavo e dei risultati ottenuti, per di più con materiale che sarebbe in buona parte assolutamente inedito.
Massimo Boccucci