www.ilmessaggero.it Prima Pagina podcast 8 aprile 2026

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di Massimo Boccucci

«Ci sono uomini che non allenano solo squadre… Allenano il cuore!». È una delle frasi nella storia di Mircea Lucescu che si è fermata a ottant’anni. Un rivoluzionario, pieno di idee sul campo e grande capacità di relazionarsi. Ha vinto 36 trofei alla guida di 8 squadre, tra cui la Coppa Uefa con gli ucraini dello Shakhtar Donec’k nel 2009.

Ha lanciato tantissimi calciatori ad alti livelli e ha inventato la match analysis che faceva in Romania già ai tempi di Ceausescu, coi mezzi dell’epoca. Si faceva dare dalla scuola più vicina gli 8 studenti migliori e li piazzava ognuno in un settore dello stadio col compito di annotare ogni quarto d’ora le posizioni dei calciatori. Il giorno dopo metteva insieme i foglietti, si faceva un’idea precisa della partita e poi spiegava alla sua Dinamo Bucarest come aveva giocato. Quando arrivò in Italia, a Pisa nel 1990, al presidente Romeo Anconetani chiese subito un videoregistratore, prima di qualunque giocatore. 

Lucescu se n’è andato ieri sera dopo le 19 all’ospedale universitario di Bucarest. Fatale un infarto dal quale non si è più ripreso nonostante i ripetuti tentativi dei medici. Era ricoverato da una settimana, per poi entrare in coma indotto senza più uscirne. Lo aveva colpito un malore lo scorso 29 marzo mentre dirigeva l’allenamento della Romania, in vista dell’amichevole contro la Slovacchia disputata il 31 marzo, dopo l’eliminazione dalla corsa al prossimo Mondiale per mano della Turchia, e trasportato in ospedale per accertamenti. Nonostante avesse rassicurato sulla situazione e fosse sul punto di essere dimesso, venerdì scorso era stato colpito da un infarto miocardico acuto, costringendolo a proseguire il ricovero. Da lì sono emerse nuove gravi aritmie e le condizioni sono andate peggiorando.

Si è spento uno degli allenatori e attaccanti di maggior successo in Romania, che l’ha visto capitano al Mondiale del 1970 e il primo in panchina a portare la nazionale all’Europeo, nel 1984, nel quinquennio cominciato nell’81. Il Pisa lo fa venire in Italia e a Brescia ottiene 2 promozioni in Serie A, con altre esperienze alla Reggiana e poi all’Inter. In patria prende le redini del Rapid Bucarest con la vittoria del campionato da imbattuto. All’inizio del terzo millennio allena il Galatasaray, vincendo la Supercoppa Europea contro il Real Madrid battuto al golden gol.

In Turchia ha vinto anche col Besiktas. Poi conquista l’Ucraina nelle 12 stagioni allo Shakhtar con 21 trofei nazionali e la Coppa Uefa. Poi, dopo l’avventura russa allo Zenit e quella con la nazionale turca, eccolo ripartire dalla Dinamo Kiev con cui porta in bacheca altri 3 titoli ucraini. Nell’agosto del 2024, infine, l’inizio della sua ultima parentesi, ancora alla guida della Romania. «Ho un debole per i talenti», ha detto. Anche per questo ha un posto nella storia.