di Massimo Boccucci
Le pressioni della politica e soprattutto popolari, arrivate da ogni latitudine, hanno spinto Gabriele Gravina a mollare, non senza aver rivelato che le componenti «mi hanno dimostrato grande sostegno, stima, affetto, vicinanza e anche insistenza nel continuare», ha detto uscendo ieri alle 17.59 lasciando la sede federale di via Allegri a Roma, dove aveva convocato per le 14.30 la riunione informale delle parti rappresentate nel consiglio della Figc per fare il punto della situazione con i presidenti della Lega di Serie A, B e Lega Pro, Associazione Allenatori e Assocalciatori. Insomma, il carrozzone, corresponsabile del disastro azzurro e di un calcio italiano ridotto ai minimi termini fino all’umiliazione mondiale, ha provato a lasciare le cose così, come se nulla fosse successo.
Elezioni il prossimo 22 giugno. Il totonomi è già partito, tra il ritorno al passato con Giancarlo Abete e l’uomo vincente per tutte le stagioni Giovanni Malagò, fino alle candidature dei campioni del campo, da Demetrio Albertini a Paolo Maldini, Roberto Baggio e l’autocandidatura di Gianni Rivera, con un occhio sulla panchina che Rino Gattuso lascerà vuota, tra le voci che vogliono un ritorno di Roberto Mancini o Antonio Conte, ma anche Max Allegri, con la suggestione Pep Guardiola e il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che da interista incallito sogna José Mourinho, dopo essersi dimenticato di quando il portoghese tornò in Italia, alla Roma, e alla presentazione disse la celebre frase «facile vincere senza pagare».
Gravina alla fine il passo indietro l’ha fatto e sono seguite le dimissioni del capo delegazione Gigi Buffon. Il presidente dimissionario ha parlato di «scelta convinta e meditata». Non poteva reggere l’onda d’urto, anche se chi gli sta attorno ha provato a fare quadrato e magari qualcuno si metterà in gioco per la successione, secondo il gattopardesco se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.
Finisce così il Gravina-ter, ricordando che la sua terza elezione a presidente della Figc, il 3 febbraio 2025, è stata non solo scontata – essendo candidato unico – ma plebiscitaria. A votarlo sono stati il 98,68 per cento degli aventi diritto, per un risultato che ha stracciato i numeri delle precedenti tornate.
Gravina la prima volta venne eletto il 22 ottobre 2019, archiviando il commissariamento dopo un patto decisivo poi tradito con Cosimo Sibilia, presidente della Lega Nazionale Dilettanti, con una maggioranza del 97,2 per cento dei voti, sempre da candidato unico, e confermato il 22 febbraio 2021 con il 73,45 per cento contro il 26,25 di Sibilia, alla faccia della staffetta prevista.
Il governo Meloni esulta per le dimissioni e con il presidente della Commissione Sport della Camera dei Deputati, Federico Mollicone di Fratelli d’Italia, parla di «un atto di responsabilità necessario che chiude una stagione segnata da criticità gestionali e fallimenti sportivi che non potevano più restare senza conseguenze». Dalla politica, che cavalca sempre i mal di pancia popolari, anche lo schiaffo a Gravina dell’annullamento dell’audizione fissata per l’8 aprile alla Camera sui punti di forza e di debolezza del calcio italiano, con la Figc che ha mal digerito. Una fine ingloriosa. Proprio come la Nazionale esclusa tre volte di fila dal Mondiale.