IL PERSONAGGIO
GUBBIO Non rinuncia ai piaceri della vita. Corrado Codignoni ama guidare l’auto facendosi tutti i giorni qualche giro nei pressi di casa, passare del tempo a curare le primizie del suo orto, giocare a carte e prendere un caffè corretto al giorno. Tutto bello e naturale, anche a 105 anni, quelli che ha appena compiuto, lunedì scorso, circondato dall’affetto di familiari e amici, con l’omaggio delle istituzioni per la presenza ai festeggiamenti del vicesindaco Francesco Gagliardi, che ha anche rapporti personali, e l’assessore ai Servizi Sociali, Lucia Rughi. Un traguardo straordinario raggiunto con lucidità e buoni sentimenti.
Corrado è nato il 26 gennaio 1921 da Vincenzo Codignoni e Amelia Anastasi, morta quando lui aveva appena 4 anni. «Ricordo sempre la mamma», racconta facendosi prendere dall’emozione. I genitori erano contadini a Branca Galvana, nella tenuta dei principi Torlonia. Si guarda attorno e coglie l’essenza del lungo percorso che l’ha portato, tra mille traversie, in buona salute fino a qui: «La mia vita è stata bella e brutta, l’ho affrontata accettando tutte le situazioni”. Ha sposato Velia Sabbatini il 28 febbraio 1949 e hanno avuto due figlie, Amelia che ha 75 anni e Giuseppina di 71. Giovanissimo, è partito per la campagna di Russia con l’esercito, inquadrato nel Genio telegrafisti. «Che freddo incredibile – ricorda -, ci comandavano i tedeschi. Siamo stati catturati dai russi a Chernikov, sul Don, e fatti prigionieri. Tutte le mattine ci portavano a togliere le macerie delle case distrutte dai bombardamenti. Un giorno, affamato, colsi una bietola in un orto e i russi mi frustarono per punizione. Dopo anni passati in bilico, una mattina ci dissero che eravamo liberi di andare dove volevamo. Era il 1946». C’è molto di più: era a bordo del transatlantico “Conte Rosso” della Marina mercantile italiana, che durante la Seconda guerra mondiale veniva utilizzato per trasportare truppe in Libia e la notte del 24 maggio 1941 venne silurato dagli inglesi. In pochi minuti affondò, si salvarono in pochi: «»Sono andato giù con tutta la nave, poi un’onda potente mi ha spinto in superficie a centinaia di metri di distanza, in mare aperto. Non sapevo nuotare, è passata sull’acqua una tavola di legno e mi ci sono aggrappato. Sono rimasto alla deriva per giorni e chiedevo aiuto alla mia mamma in cielo. Mi ha raccolto un cacciatorpediniere e sono arrivato a Siracusa». La sua testimonianza, unita a quella dei parenti delle vittime, ha ispirato il docufilm “La notte del Conte Rosso”, che porta sullo schermo la tragedia di giovani soldati morti in mare prima ancora di vedere il fronte e di chi si è miracolosamente salvato, per la regia di Mario Bonetti e Giovanni Zanotti, prodotto da Emera Film. Tra i cimeli custodisce la medaglia d’onore che gli è stata consegnata tre anni fa. Quando stava in Russia lo credevano morto, aspettando notizie ufficiali, ma il destino gli ha riservato altro: «Presi il treno fino al Brennero e da lì ho proseguito, sempre in treno, per Fossato di Vico. Quando sono arrivato in Italia ho baciato la terra. Non sono andato subito a casa, ho mandato un conoscente a dire che stavo tornando vivo, visto che mi consideravano morto in Russia. Ho provato gioia ed emozione rivedendo la mia famiglia. Ho sempre pregato il Signore e mia madre». Ha diretto per un periodo l’azienda edile Ezio Petrelli e poi assunto dal Comune come fontaniere, ritrovando anche l’amore per la Festa dei Ceri da buon santantoniaro che il 15 maggio dava la sua spallata lungo gli stradoni del monte Ingino. La vecchiaia non cancella ricordi, buonumore e il senso della vita.
Massimo Boccucci