www.ilmessaggero.it Prima Pagina podcast 27 gennaio 2026

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di Massimo Boccucci

La Serie A non si tocca, sebbene travolta dai debiti e da situazioni poco chiare. In Serie B ogni tanto qualche penalizzazione serve a far vedere che il pugno è duro, mentre i bilanci sono fuori controllo e molti club arrancano. Allora è più facile e comodo scaricare tutto sulla Serie C, immaginando che la terza serie professionistica serva per far vedere che il sistema funziona ed è vigile. Sbagliato, profondamente sbagliato e soprattutto tanto ingannevole quanto penalizzante nel calcio delle città, delle passioni, della sana tradizione oggi relegata alle dissertazioni romantiche che non piacciono ai padroni del vapore.

Si insiste con il sostenere che la Serie C vive una stagione segnata da squilibri, penalizzazioni e società in crisi. Come se la Serie A e B non abbiano questi problemi e anzi più grossi, con l’aggravante di succhiare risorse economiche dai contributi federali e governativi, con i diritti televisivi che reggono lo sgangherato apparato.

Si sente parlare di riforme ormai da anni, ma non si va oltre le chiacchiere e qualche proposito che non investe il cuore e la sostanza ma cerca vie di fuga. Come le indiscrezioni attorno a una presunta intenzione del presidente federale Gabriele Gravina che avrebbe proposto al numero uno della Lega Pro, Matteo Marani, la rivoluzione copernicana: togliere alla categoria lo status di campionato professionistico, degradandola ad area dilettantistica.

I casi di Rimini e Trapani falsano i gironi B e C della Serie C – questo è innegabile -, ma ci sono situazioni gravissime anche in Serie A e B dove si fa finta di nulla e alcune rivelazioni, anche della tv di Stato pensando alle rivelazioni della popolare trasmissione d’inchiesta Report, fanno capire che di cenere sotto il tappeto ne viene lasciata sempre di più.

La proposta per la Serie C prevederebbe – il condizionale è d’obbligo – tre gironi invariati e promozioni confermate, ma senza più il vincolo del professionismo. Marani non avrebbe respinto l’ipotesi, limitandosi a valutarla con le società.

Invece di pensare a un tetto sugli stipendi e soprattutto a forzare la mano, anche a costo di rivolte, per defiscalizzare la categoria, che non può essere trattata con gli stessi carichi dei due campionati maggiori, si pensa a un umiliante ridimensionamento, con ripercussioni nefaste sul destino di oltre mille calciatori che perderebbero tutele e contratti certi, oltre ad alimentare il giro di soldi non tracciati.

Restano irrisolti gli aspetti più sostanziosi tra debiti incontrollati, sostenibilità, chiarezza sulle proprietà, fideiussioni, controlli insufficienti e sanzioni che falsano i risultati del campo e quindi i campionati. Se qualcuno pensa che per salvare il calcio italiano basti trasformare la Serie C in un altro recinto dilettantistico, vuol dire che guarda la pagliuzza e non la trave conficcata nell’occhio.