di Massimo Boccucci
Calcio senza pace, arbitri compresi. Gli effetti del provvedimento disciplinare che ha colpito Antonio Zappi, presidente dell’Aia, hanno aperto la prospettiva del commissariamento, con a seguire eventuali nuove elezioni, anche se il diretto interessato contesta l’inibizione per 13 mesi e annuncia di voler dare battaglia.
La Procura della Federcalcio, presieduta da Giuseppe Chinè, non ha fatto sconti nella pesante richiesta e il Tribunale Federale Nazionale ha sentenziato in primo grado di conseguenza, facendo lo scontro solo a Emanuele Marchesi, componente del Comitato Nazionale, inibito per 2 mesi a fronte dei 6 richiesti. Zappi è stato ritenuto responsabile di pressioni esercitate sui vertici degli organi tecnici di Serie C e D, in particolare su Maurizio Ciampi e Alessandro Pizzi, per spingerli alle dimissioni e sostituirli con Daniele Orsato e Stefano Braschi.
Pur superando i 12 mesi di inibizione, Zappi non decade immediatamente dalla presidenza, come prevede l’articolo 29 comma 1 dello Statuto Figc e dall’articolo 15 del Regolamento Aia, perché per rendere effettiva la perdita del ruolo occorre che la sentenza sia definitiva e lui ha già fatto sapere che ricorrerà in appello. I suoi poteri sono passati però subito nelle mani del vicepresidente vicario, Francesco Massini, poiché Zappi non può comunque esercitare il suo ruolo.
In attesa del secondo grado di giudizio, è complicato pensare che l’attuale presidente possa rimanere in carica in un momento in cui l’intera classe arbitrale è bersagliata dalle critiche, ma è altrettanto difficile pensare a nuove elezioni in Federazione. Perciò resta il rischio del commissariamento. La Federcalcio aspetta le motivazioni della sentenza, poi verranno fatte valutazioni di natura politica per vedere il da farsi in sede di Consiglio Federale, che potrebbe essere anticipato.
Zappi ha ribadito di «aver sempre agito nell’esclusivo interesse dell’associazione, perseguendo in modo rigoroso e coerente il mandato di rinnovamento tecnico e organizzativo conferito dagli associati». Il Comitato Nazionale dell’Aia ha espresso «piena solidarietà ai due dirigenti in quanto fermamente convinto che gli stessi abbiano agito legittimamente nell’alveo dell’ordinamento sportivo perseguendo, nell’ambito dell’esclusiva discrezionalità tecnica e organizzativa, riconosciuta e tutelata dai principi informatori, il buon andamento dell’intera macchina associativa, che dovrebbe prescindere dall’interesse dei singoli associati». Al di là di accusa e difesa, si è di fronte all’ennesima grana che mina la credibilità del calcio italiano.