Il Messaggero Umbria 21 dicembre 2025

L’INTERVISTA DELLA DOMENICA

GIUSEPPE CALZUOLA

In un clic tutta la forza espressiva di un’immagine e l’entusiasmo di Giuseppe Calzuola nel catturare volti e gesti, un’impresa e il sogno che diventa realtà, come gli è capitato in Spagna e nella magica notte del Bernabeu raccontando in foto la spedizione azzurra che vinse il Mondiale di calcio nel 1982. Ottantanovenne ancora lucido e attivissimo, con una grande memoria, Calzuola ha fatto di una passione la sua professione. Diciannovenne ha lasciato Gubbio, partendo da San Martino in Colle dov’è nato e poi Raggio dov’è vissuto per un periodo per trasferirsi a Roma dove ha conosciuto Anna, che sarebbe diventata sua moglie e poi aprire un negozio di abbigliamento. Non sarebbe stata quella la strada: la fotografia è diventata ben presto la sua vita e con il calcio da freelance ha girato il mondo.

Calzuola, com’è nata la passione per la fotografia?

«Ero un ragazzino e mio fratello Orfeo giocava con le squadre della periferia eugubina. Avevo una modesta macchina fotografica e lui voleva che mi piazzassi dietro la porta. Mi diceva: quando arrivo con la palla mi fai le foto. Crescendo ho fatto il sarto e aperto il negozio a Monteverde a Roma con mia moglie. Amante del calcio e tifoso laziale, ho conosciuto un fotografo che aveva un’agenzia a Testaccio. Seguiva le due squadre della capitale e per me è cambiato tutto».

Il primo servizio professionale?

«Un giorno lui non stava bene e mi ha mandato all’Olimpico al suo posto per una partita, ricordo Lazio-Ascoli. Non c’era la burocrazia e si poteva entrare facilmente in campo per realizzare il servizio fotografico. Feci una foto a Vincenzino D’Amico in azione e la prese Il Messaggero, pubblicandola in prima pagina. Da allora andavo a tutte le partite, piano piano venni incaricato per le trasferte e anche per seguire gli allenamenti della Lazio a Tor di Quinto e della Roma a Tre Fontane. Facevo il fotografo e al negozio stava sempre Anna. Il 90 per cento delle mie foto le ho fatte sui campi di calcio, poi qualcosa anche a livello di basket e altro».

Il segreto è cogliere l’attimo fuggente?

«Sì, specie durante le partite. Devi stare attento per fare lo scatto al momento giusto. Oggi è più facile con la tecnologia, una volta invece dovevi mettere a fuoco e poi scattare, tante venivano sfocate. All’epoca molti compravano le foto, mentre i giocatori le aspettavano in regalo».

La sua foto più bella?

«A Napoli ne feci una speciale a Maradona e l’ho considerata negli anni la mia opera d’arte. Stavo più al San Paolo che all’Olimpico e le foto di Diego andavano veramente a ruba. Una volta vedevi i giocatori veri, ora non più. Ho fotografato anche Pelè. Il periodo più bello è stato il Mondiale dell’82 in Spagna. Ho seguito 5 Mondiali, uno dietro l’altro: dopo quello in Spagna, anche in Messico, Italia ‘90, negli Stati Uniti e l’ultimo in Francia nel ‘98. Racconto tutta la mia storia nel libro Quarant’anni negli stadi del mondo».

E la più difficile?

«Il momento del gol. Quello cercavano e volevano tutti, valeva di più. Nel tempo, con la televisione, le foto dei gol hanno avuto meno valore. Se penso al momento più difficile, è stato in Belgio per la strage allo stadio Heysel, il 29 maggio 1985, prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, in cui morirono 39 persone, di cui 32 italiane, e ne rimasero ferite oltre 600. Quella tragica serata mi sconvolse, oggi è rimasta nella mente e nel cuore».

L’evento più coinvolgente?

«Il Mondiale degli azzurri campioni del mondo con Bearzot. Parlavo spesso con il mister, avevamo un bel rapporto, così come ce l’avevo con diversi giocatori. Prima di partire feci una foto con Dino Viola, presidente della Roma, che volle stare in mezzo a Bruno Conti e Falcao. Chiese a loro che uno dei due avrebbe dovuto portargli la maglia di campione del mondo e gliela riportò Conti».

Con quali campioni è entrato in confidenza?

«Paulo Roberto Falcao i primi tempi stava all’hotel Villa Pamphili a Monteverde, nel mio quartiere. Mi chiamava e giravamo insieme, andavo da lui. Bella anche l’amicizia con Bruno Conti e Beppe Signori».

Aneddoti speciali?

«All’aeroporto di Vigo, in Spagna, fotografai Paolo Rossi che passava e sulla scaletta dell’areo c’era scritto Barcellona. Un giornale italiano la pubblicò ironizzando con il titolo: La squadra di Ridolini va a Barcellona. In quella Nazionale dell’82 credevano in pochi, quasi nessuno. Non pensavo che saremmo arrivati fino in fondo, poi a Barcellona c’è stata la svolta. Ricordo che a Vigo gli azzurri si allenavano su campetti fangosi, mentre prima di affrontare Argentina e Brasile era tutto un altro contesto».

Chi è il fotografo secondo lei?

«Uno che conosce bene ciò che deve immortalare e studia movimenti e situazioni».

Quali consigli per un giovane che volesse fare il suo mestiere?

«La passione, conta soprattutto quella, e trovare il momento giusto per scattare. I miei due figli Alessandro e Paolo non hanno voluto farlo, ma capisco che i tempi sono cambiati».

Massimo Boccucci