L’INTERVISTA DELLA DOMENICA
Lui è un prete multitasking, che sulla strada di Dio ama mettersi in gioco tra la gente, con le persone e anche attraverso tutte le passioni che don Davide Tononi coltiva nell’entusiasmo contagioso. Il quarantunenne parroco di Norcia ha trovato la sua via che da Desenzano del Garda, in provincia di Brescia, l’ha portato in Umbria dopo aver compiuto diciotto anni.
Il suo percorso nella chiesa com’è cominciato?
«Ho vissuto con i miei familiari fino a quasi 19 anni, facevo il tornitore e stavo in una dimensione serena. Avevo un’esistenza ordinaria con il lavoro e la passione principale per il calcio. Sentivo al contempo che qualcosa cominciava a mancarmi, non riuscivo a spiegarmelo. A un certo punto, appena maggiorenne, mi sono fatto delle domande sul senso della vita. Volevo cambiare e ho riflettuto su cosa volesse dire veramente. Mi sono licenziato e ho pensato all’Umbria dov’ero stato una sola volta per seguire la partita Perugia-Brescia che finì con un pareggio. Non so spiegare cosa sia successo veramente, l’Umbria mi ha conquistato. Ricordo di aver cercato su internet un posto dove fare un’esperienza e mi è comparsa subito la comunità dei frati cappuccini a Città di Castello».
Non ci ha pensato due volte a cambiare aria?
«Andavo alla scoperta di qualcosa di diverso, pensavo di fare tante cose e facevo la spola con casa mia, a Puegnago del Garda. Poi ho deciso di fare il percorso con i frati ed è durato 6 anni tra Città di Castello, Spoleto, Camerino, Assisi e Foligno. Ho avvertito l’esigenza di vivere tra la gente e la parrocchia, volevo fare il sacerdote diocesano e ho fatto tutto il percorso prendendo i voti dopo 6 anni. Mi è stato proposto di fare il viceparroco a Bevagna, a seguire il parroco a Turrita, frazione di Montefalco, e da oltre 7 anni sono a Norcia».
Calcio, viaggi, vespa, pellegrinaggi, musica, libri, droni, video e montaggio: quante passioni ha?
«Le passioni più forti sono il calcio e la musica, però ho fatto tante cose che non pensavo di fare. Incontri e relazioni mi hanno aiutato. Mi applico nelle cose che mi piacciono. Alla vespa, per esempio, tengo molto e ci giro molto volentieri».
Legato al Brescia, ora Union Brescia ripartito dalla Serie C, e al Foligno: quanto è tifoso?
«Il Brescia è la squadra della mia terra e stando lontano mi aiuta a mantenere più forte il legame con le radici. Ho visto la squadra in Coppa Italia a San Benedetto del Tronto e ora, sempre per la coppa, spero di seguirla a Terni. Il Foligno, invece, ho cominciato a seguirlo quando vivevo lì: vidi un derby con la Ternana. Andai con gli ultrà vestito da frate, era carnevale e pensarono che mi fossi mascherato, poi sono tornato ed è nata un’amicizia coi tifosi storici. Quest’anno mi hanno regalato l’abbonamento, ma di sabato e domenica è impossibile. Non ho ancora visto la squadra, spero di riuscirci. Ho giocato a calcio ma con pessimi risultati, poi anche in seminario e per divertirmi. Fare il tifoso è sicuramente più facile».
Quando stava a Bevagna andava a tifare i Falchetti sulla balaustra del Blasone?
«C’è un video contro l’Arezzo, mi hanno ripreso all’inizio della partita e questa cosa è rimasta. Il tifo organizzato mi piace, qualche coro l’ho fatto pure io. Sono occasioni di socialità».
Ha aperto un canale YouTube (oggi si chiama Prego e sogno felice) per evangelizzare?
«I social li ho sempre usati. Lo vedo come un diario di bordo, metto i video che sono esperienze e le dirette con momenti di preghiera».
Suona, canta e scrive libri?
«Ho realizzato l’album “Sulle strade dell’infinito”. Ci sono canzoni che parlano della mia vita e di tutto ciò che mi riguarda. Mi piace la musica e suono la chitarra. Dopo è uscito anche il libro “Diario di uno straordinario ordinario” con delle riflessioni».
“Lù pòru prete”, come definizione, se l’è dato da solo?
«Quando stavo a Bevagna partecipavo alle Spartan Race con i ragazzi dell’associazione Molon Labe, che ancora c’è ed è attiva pur se oggi non conosco nessuno. Avevamo una maglietta artigianale e dietro ci stava impresso il nome di ciascuno. Ci pensai dopo la prima gara, a Cesena: scrissi Lù pòru prete perché i ragazzi quando moriva qualcuno dicevano lù pòru quello e lù pòru l’altro. Poi l’ho utilizzato anche sui social».
Appena arrivato a Norcia è stato in un container.
«Era l’unica soluzione, a me non spettava la casetta e una casa non c’era. Trovai una situazione davvero difficile ma per me stimolante. Mi è servito per conoscere la realtà e stare tra la gente. Adesso mi sto trasferendo nella frazione di Savelli, dove c’è l’unica casa parrocchiale agibile».
Sui social ha scritto: la felicità non è la nostra mèta finale. Approfondisce?
«Nella vita ho percepito che essere felici o meno non dipende dalle persone oppure dai luoghi, ma da come ci poniamo e stiamo. La felicità nasce dal vivere il presente, uno stile di vita che è godersi l’attimo che si vive, e non vivere di prospettive e aspettative».
Massimo Boccucci