di Massimo Boccucci
Calcio, debiti e resa incondizionata. Un’altra società professionistica, il Rimini, che gioca in Serie C girone B, è stata appena messa in liquidazione volontaria, come ha annunciato il sindaco della città romagnola nel fare esplicito riferimento a oltre 4 milioni di debiti al 30 giugno 2025. Questa storia va avanti da luglio quando è cominciato il disimpegno di Stefania Di Salvo e le quote rimaste bloccate al tribunale di Milano hanno di fatto reso inutili i passaggi di proprietà alle meteore Giusy Anna Scarcella e Nicola Di Matteo, che si sono sfilati a turno.
Un film già visto, tra club falliti dopo le penalizzazioni a raffica falsando i campionati, che il presidente federale Gabriele Gravina pensa di risolvere rivoluzionando il meccanismo di promozioni e retrocessioni, salvaguardando la Serie A e B per ridurre i club in C. Gravina ha presentato la soluzione di passare a una Serie A con solo due retrocessioni, una B con due promozioni e altrettante retrocessioni e una C – che al momento conta 60 squadre – con appena due promozioni e addirittura dieci retrocessioni, una in più rispetto al format attuale.
Il presidente della Figc ritiene che 100 squadre professionistiche siano troppe e che quella italiana è l’unica federazione al mondo con tre livelli professionistici. Il decreto legislativo numero 36 consente di passare al semiprofessionismo – ha spiegato Gravina – con sgravi fiscali importanti per la Lega Pro. In Serie A retrocede il 15 per cento, in B circa il 35 per cento delle squadre, in C il 20 per cento. Negli ultimi quattro anni in C tre retrocesse su quattro sono fallite. Per cambiare il numero delle squadre serve il consenso di tutte le componenti che, a oggi, manca.
Il presidente federale non si preoccupa dell’invasione straniera, con giocatori perlopiù modesti che arrivano da ogni dove; dei vivai mal gestiti dove girano soldi, alchimie e anche qui stranieri; dei livelli di tassazione altissimi che saccheggiano risorse economiche dalla A alla C senza tenere conto di contesti agli antipodi considerando il peso dei diritti televisivi.
Il calcio italiano funziona come la politica. Il consenso dei presidenti per il management conta più dei risultati sul campo (a cominciare dalla Nazionale), degli equilibri economici e dell’esigenza di una svolta epocale puntando su manager e bandiere. Anche il caso Rimini dovrebbe scuotere. Con la sensazione, però, che non lo farà.