www.ilmessaggero.it Prima Pagina podcast 19 novembre 2025

di Massimo Boccucci

«Il calcio è la cosa più importante delle meno importanti». L’ha detto Arrigo Sacchi. Lo è ancora di più per chi ne ha fatto il sogno della vita, come Mattia Caldara, trentunenne difensore bergamasco che ha deciso di ritirarsi. L’ha fatto accorgendosi di non averne più. Quel che ha sorpreso di Caldara è come ha voluto annunciarlo. «Caro calcio, io ti saluto. Ho deciso di smettere», eccole le parole rese pubbliche con una lunga lettera. L’Atalanta la sua stella polare, il Milan la sua incompiuta con i rimpianti. Sembrava destinato a molto di più. Ci si può sorprendere che i giocatori abbiano anche un cuore e un’anima, oltre che i piedi e la testa per giocare a calcio. Caldara si è messo a nudo, confessando quanto sia non sia stato facile deciderlo ed esternarlo, anche perché la sua non è certo l’età per dire basta con il campo. Ha rivelato di aver trovato un po’ di tranquillità e che tutto è nato a luglio dopo una visita da uno specialista, che gli buttato lì, senza girarci attorno, come non avesse più la cartilagine della caviglia e, continuando così, tra qualche anno avrebbe dovuto mettersi una protesi. «Il mio corpo mi aveva tradito. Questa volta, forse, in modo definitivo», ha raccontato il difensore nel ripercorrere i momenti più difficili, gli anni più belli ma anche complicati che hanno condizionato la sua carriera. Il ginocchio che ha ceduto è stato l’allarme che è scattato. Caldara si è aperto nel profondo: «Sono crollato, prima fisicamente e poi mentalmente. Ero nel punto più alto della mia carriera, poi in pochi secondi è cambiato tutto. Con il tempo sono stato meglio, ma non sono mai stato bene. Mai più. Non sono più riuscito a tornare a essere quel Caldara. Ci ho provato, ma non era più possibile. Questa rincorsa a un’illusione mi ha logorato». Voleva riprendere quel sogno che stava vivendo e allo stesso tempo inseguendo. Finché è diventato utopia. Non riusciva più a camminare per strada a testa alta tra la tristezza, la frustrazione e il buio. «Non so se si chiami depressione – ha scritto -, so però cos’ho provato. Ho deciso di lasciare andare. Non per dimenticare. Ho deciso di lasciare andare per riprendere in mano la mia vita». Passati 25 anni a fare il calciatore, adesso farà altro. E lo dice leggendo in sé stesso, con l’eloquente «si abbassa il sipario, in campo ora c’è Mattia». C’è il sano realismo dopo il sogno. Sempre. E ci sono anche i buoni sentimenti, per fortuna.