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di Massimo Boccucci

Ama le forzature, Antonio Conte. Le frasi a effetto, i diktat che spaventano tutti e che con certe sceneggiate in campo e fuori lo rendono antipatico molto più di quanto in realtà non sia. L’ha rifatto dopo Bologna per scuotere il Napoli. Un po’ come aveva fatto un anno fa, il 18 agosto alla prima giornata appena presi 3 gol a Verona. Stavolta mostra tutta la preoccupazione anche perché di giornate ne sono passate 11 e di partite ne ha già perse 3, come l’Inter che però l’anno scorso stava già domando e che ora gli sta davanti nonostante l’abbia già battuta. Tra campionato e Champions League le cose non funzionano. Non possono diventare un alibi gli infortuni, che pure lo stanno condizionando, e andava sicuramente messo nel conto che gli impegni in Europa, del tutto assenti la stagione scorsa, non l’aiutano a gestirsi su più fronti, lui che ama concentrarsi su un obiettivo preciso per raggiungerlo. La consapevolezza che vincere il secondo scudetto è possibile, più che arrivare fino in fondo in Champions, non basta per far tornare i conti, visto che comunque non può continuare a rimediare figuracce in giro per il vecchio continente. Conte c’è andato giù pesante finita la partita al Dall’Ara: «Qualcosa bisogna fare, perché non ho voglia di accompagnare un morto». Una frase carica di significati e di messaggi intrecciati che coinvolgono tutti, lui compreso. dato che ha aggiunto di essere il primo a prendersi delle responsabilità. Non vede alchimia – parole sue – ma ognuno che pensa al proprio problema. Ha cercato anche la metafora nell’inquadrare la delicatezza del momento e i possibili rimedi: «Trapianti di cuore non si possono fare – ha detto -, ognuno di noi deve ritrovare lo spirito, il cuore, la cattiveria». Lo vede che il suo Napoli non è la squadra famelica ed energica di un anno fa, che fa il compitino senza alzare mai il livello della prestazione, che è fatta di tecnica ma anche di anima come quella che mettono le avversarie quando affrontano i campioni d’Italia. Per questo Conte ha anche ricordato che dopo il terzo scudetto, con Luciano Spalletti, il Napoli poi è arrivato decimo. Ed è durissimo sentirsi dire da chi come lui è rimasto (cosa che non ha fatto Spalletti) quanto quel declino così repentino non sia stato d’insegnamento. Conte ha sbagliato a restare? A non capire che certi miracoli riescono ma è più complicato ripeterli? La sensazione c’è fin da quando s’è fatto convincere da De Laurentiis a proseguire. Oggi pare rafforzata. Anche se Conte è sempre capace di tutto.