L’INTERVISTA DELLA DOMENICA
Orgogliosamente agostiniano, nel cuore e nell’anima. Padre Giustino Casciano ha vissuto tante vite nel percorso che l’ha portato a Cascia, rettore della basilica di Santa Rita. Molisano di Agnone, è nato il 16 maggio 1955, giorno di Sant’Ubaldo e con l’Umbria evidentemente nel suo destino. Ha studiato a Norcia e Cascia, poi il noviziato a Perugia dagli agostiniani e ultimati gli studi teologici a Roma è stato assegnato dal 1980 al ‘96 a Cascia, dov’è tornato l’anno scorso. Per 8 anni, fino al 2004, ha guidato la parrocchia di Sant’Agostino a Gubbio, trasferendosi quindi a Pavia per fare il priore della basilica di San Pietro in Ciel d’Oro dove c’è la tomba del santo filosofo. Tornato a Gubbio, c’è rimasto fino al 2017 e ha proseguito a Tolentino per la ricostruzione post-terremoto della basilica di San Nicola. Dal 2 febbraio 2020 è stato per un quadriennio priore provinciale degli agostiniani d’Italia e ha quindi ritrovato Cascia.
Padre Giustino, cosa vuol dire guidare la basilica di Santa Rita?
«È come essere parroco del mondo intero perché qui arrivano persone, famiglie e gruppi da ogni parte della terra. Un’esperienza molto forte di annuncio del Vangelo. Molte volte chi viene a Cascia non pratica nella propria realtà. Sono missionario giorno per giorno».
Il culto per la santa come si manifesta soprattutto?
«In una forma molto popolare di religiosità semplice, a volte basata sulle proprie sofferenze e il bisogno di aiuto. Questa fede a volte può anche apparire un po’ superstiziosa, però è sincera. Santa Rita ci conduce a Gesù».
L’aspetto più caratterizzante dell’impronta lasciata?
«È stata moglie, madre, suora. Le hanno ucciso il marito e ha perdonato. Ha vissuto il Vangelo nella realtà umana. Ciò la rende molto vicina alla gente che si sente capita. Il pellegrino si ferma davanti al suo corpo e ci parla, pensando a lei che ascolta».
L’essenza della missione di agostiniano?
«L’annuncio della Verità, l’incarnazione del Figlio di Dio. Per questo celebriamo l’Anno Santo di Gesù venuto sulla terra a salvare l’umanità. La sua parola è nei comandamenti e nell’amore. Un agostiniano è un ricercatore della verità e quando l’ha trovata la cerca ancora, perché è più grande di quanto possiamo comprendere. Sa mettere insieme l’amore per la verità e la persona che la rifiuta, capace di amare il peccatore e rifiutare il peccato, per unire l’amore a Gesù e alla Chiesa. Non ci può essere un amore vero per il Signore se slegato dall’amore per la Chiesa che ci porta a lui in modo autentico».
Questo luogo è nei pensieri di Papa Leone XIV?
«Sicuramente. La devozione a Santa Rita è estesa: a Chicago, sua città natale, c’è una parrocchia a lei intitolata e gestita dagli agostiniani. La vocazione è arrivata lì».
Quando ha conosciuto il pontefice?
«Nel 2001 è diventato priore generale dell’Ordine. Trovai una persona calma, capace di ascoltare e prendere decisioni dopo aver ascoltato e osservato la realtà attorno. La sua presenza si rivelò molto importante per l’organizzazione della visita di Papa Benedetto XVI a Pavia il 22 aprile 2007. Quando è finito tutto c’era una grande gioia sul suo viso e sul mio».
Quali rapporti tra voi?
«Di conoscenza e da parte sua, credo, anche di stima e fiducia. Eletto papa ha risposto personalmente a un mio messaggio in modo molto bello, semplice e fraterno».
Dov’era alle 18.07 dell’8 maggio quando è uscita la fumata bianca?
«A Cascia, davanti alla tv per vedere se avevamo il nuovo papa. Appena sentito il nome di battesimo abbiamo gridato che era proprio lui».
Se l’aspettava?
«Ero convinto che sarebbe stato lui. Me lo sentivo con una forte percezione interiore. Ricordo che la domenica precedente il conclave sono venuti a Cascia due cardinali africani a pregare. Li ho salutati e gli ho detto che Santa Rita chiedeva a loro di votare per il papa agostiniano. Hanno sorriso, uno si è girato e mi ha detto: È un buon nome. Me lo ricorderò per sempre».
Ha avvertito la soddisfazione del primo agostiniano eletto papa?
«Sì. Quando studiavamo la storia della Chiesa, noi agostiniani ci dicevamo del mistero di non avere mai avuto un papa. Ora non possiamo dirlo più. Abbiamo suonato le campane, recitato il rosario e parlato di lui fino a tarda notte».
Il pontificato di Prevost com’è cominciato?
«Bene, ha fatto gesti semplici che al contempo hanno indicato la ricerca di un equilibrio. L’eredità lasciata dai predecessori sta pure nella scelta del nome per allargare lo sguardo alla storia della Chiesa, non fermarsi solo agli ultimi quarant’anni. Sia nel nome che nei primi discorsi e le uscite c’è una tradizione viva che si sposa con le situazioni del mondo e i drammi di oggi. Ha parlato di pace di Gesù affacciandosi dal balcone e ha fatto recitare l’Ave Maria a tutto il mondo. Vedremo sempre più l’impronta agostiniana: la Chiesa colonna della verità e comunione che cerca unità, giustizia e pace».
Ha detto che verrà in Umbria?
«Siamo sicuri che verrà a Cascia, ma non sappiamo quando».
Massimo Boccucci