Intervista esclusiva con Edoardo Iannoni, centrocampista del Sassuolo, dopo il suo primo gol in Serie A
di Massimo Boccucci
Dal quartiere Bravetta, nell’area ovest di Roma, alla Serie A con il Sassuolo, passando per l’Urbetevere, dove il 24enne centrocampista Edoardo Iannoni ha cominciato nei dilettanti, poi la Roma per 4 anni e altrettanti al Savio, fino a misurarsi con la Serie D al Trastevere e spiccare il volo nei pro tra Salernitana, Juve Stabia, Ancona, Perugia e in Emilia per vincere la B a mani basse. Il romano che è in lui sta nell’accento, il romanista nei ricordi di quando andava all’Olimpico in Curva Sud a tifare la “Maggica”. Oggi si gode l’approdo coi neroverdi in A, tra l’esordio il 29 agosto a Cremona e il gol segnato domenica scorsa all’Udinese appena entrato all’80’.
Iannoni, il primo gol in A cos’ha lasciato?
«Una gran bella emozione, che è quella di quando fai gol al di là della categoria. Questo me lo porterò dietro per tutta la vita, è stato importante perché ci ha permesso di gestire bene il finale rendendo la domenica perfetta».
Lo reputa un punto di partenza o un premio alla tenacia?
«Entrambi, sicuramente non è un punto d’arrivo poiché mi auguro di farne altri. La grande soddisfazione mi ripaga dei sacrifici che ho fatto finora, per quello che metto in campo e fuori da quando ho cominciato questo sport».
Il complimento più bello che le hanno fatto?
«Ne ho ricevuti tanti, anche da amici che non sentivo da tempo. Il più simpatico da un amico: mi ha detto che ho fatto un gol alla Pruzzo. Poi, me ne hanno mandato uno di Falcao in Roma-Cagliari del 1982-1983 all’Olimpico nell’anno dello scudetto».
Il Sassuolo dove può arrivare?
«Sappiamo qual è l’obiettivo, ce lo siamo detti dal raduno cominciando il ritiro: raggiungere prima possibile la salvezza, poi si vedrà e sarà tutto di guadagnato. Faremo del nostro meglio per ottenere anche altro».
Il pregio migliore della squadra?
«La cultura del lavoro e la disponibilità di tutti. È stata costruita con un giusto mix di ragazzi molto giovani ed esperti. Abbiamo tutti la volontà di imparare e impegnarci. Per esempio, guardo Matic che ha una gran voglia di lavorare e vincere. Ci stiamo integrando molto bene, visto che ci sono parecchi stranieri, e sono contento anche di questo».
Sembrava che dovesse andare in prestito in B.
«Io non ho sentito nessuno, né dal Sassuolo ho mai saputo nulla. Nel calcio c’è sempre la possibilità di andare via durante il mercato, dove può succedere di tutto. Mi sono sentito sempre nella squadra. Leggevo e sentivo delle richieste, ma il Sassuolo mi ha dato la possibilità e la volevo pure io».
La sua è una favola in due stagioni dalla C alla A?
«Le favole sono altre, però è un bel percorso che penso possa essere d’ispirazione e d’esempio per tanti ragazzi che vengono dal basso e magari vengono inizialmente scartati».
Se l’aspettava così la categoria?
«Sì, me l’aspettavo proprio così. L’ho sempre seguita e so le difficoltà. È tra i campionati migliori d’Europa. Dal vivo vedo un livello molto alto e trovo divertente giocarci. C’è un abisso dalla B rispetto ai top club, poi la differenza si riduce».
Partire dai dilettanti ha rafforzato il suo sogno?
«Il sogno ce l’ho sempre avuto e continuo ad averlo, è sempre grande. Quel percorso mi ha formato in maniera diversa, se avessi fatto un’altra strada forse sarei diventato un altro giocatore e un altro ragazzo. È stata una gavetta formativa, sono contento di come sono».
Quanto è maturato?
«Tanto, sia come giocatore che come persona. I due anni di Perugia mi hanno fatto crescere, sono stati particolarmente difficili per il clima nella piazza e per come sono andate le cose. Non era facile per me a quell’età ed è stato molto costruttivo».
Chi sono stati i suoi maestri?
«Il mio maestro per eccellenza è stato Fabrizio Castori, il primo allenatore nei professionisti che ha creduto in me. Mi ha dato fiducia e da lui ho imparato tantissimo, ancora mi porto dietro i suoi insegnamenti. Ho conosciuto altre persone che mi hanno sostenuto, come il direttore sportivo Stefano Mattiuzzo che dal Trastevere mi ha ceduto alla Salernitana facendomi tornare nei professionisti dopo che ero uscito dalla Roma. E a Perugia il presidente Massimiliano Santopadre è stato come un padre, adoperandosi per darmi l’opportunità di approdare al Sassuolo».
Cosa le sta insegnando soprattutto Grosso?
«Molte cose. Tra quelle che mi hanno colpito di più c’è la comunicazione in campo coi compagni. Sto imparando a giocare di squadra, a lavorare meglio con il gruppo».
È sotto contratto fino al 2028, cosa c’è nel suo futuro?
«Non ne ho idea e non ci penso più di tanto. Vivo alla giornata, guardo alla prossima partita e a come togliermi le soddisfazioni. Ci aspetta Verona, un’altra prova da affrontare al meglio dando tutto. Poi c’è la sosta e ci riposeremo».
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